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Note di regia
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In un salotto degli anni ’50 dove tutto è disordine e nulla sembra svolgersi secondo la legge della concordia, si consuma tumultuosa, la tragicomica storia di Eugenia e Fulgenzio. La gelosia puntigliosa di lei per la cognata di lui, lo sdegno di lui per il conte Roberto ospite in casa di lei, sono le passioni che muovono i fili di questa commedia prorompente e sottile. In una situazione in cui uno zio mattatore detta le leggi del non-sense attraverso discorsi strambi e ostentazioni di ricchezze mai possedute, e gl’innamorati sono troppo pieni d’impeto giovanile per poter ragionare, le uniche due figure che servono la logica sono Ridolfo e Flamminia, e, in un certo senso, i prescelti per ristabilire l’ordine sentimentale. Ci sembrerà di essere catapultati negli “Happy days” di Garry Marshall, dove bulli e pupe sono davvero cool, ma dove, al tempo stesso, valori come la fedeltà e l’onore significano ancora qualcosa. Alla guerra d’amore fra i due protagonisti partecipano tutti: i servitori, gli ospiti di passaggio, gli amici di vecchia data; ciascuno di essi verrà risucchiato nel folle vortice creato dai due bisbetici: una già troppo donna per essere un’adolescente, l’altro troppo inquieto per non scaldarsi al primo fuoco di gelosia. Con un salto temporale che ci catapulta di duecento anni (senza troppi scossoni direi), avremo il vantaggio di avvicinarci più concretamente ai loro dilemmi e alle loro piccole grandi follie. E’ come se fossimo in un porto di mare dinamico e surreale, in cui transitano servitori lunatici e ambasciatori per forza, pretendenti squattrinati e cognate maltrattate. Un luogo di gioco e capricci, specchio perfetto della profonda immaturità di uno zio Fabrizio che trascina a forza “il mondo” in casa sua, nel disperato tentativo di ottenere in cambio l’inserimento in quella società bene che lo rifiuta. Il lieto fine è di regola con il matrimonio alle porte, perfetto, puntuale come un orologio, sebbene forse esageratamente limpido per chi, con disincantati occhi del duemila, potrebbe chiedersi: “E adesso?”
Come sempre accade in Goldoni, al tema dominante affrontato nella commedia, si affianca un approfondito studio dei caratteri in campo. Con Gl’innamorati, egli raggiunge un livello poetico altissimo che eguaglia per introspezione La locandiera, superandola in quanto a ritmi e trovate comiche. Restano ancora le figure dei servitori non completamente svincolate dalla Commedia dell’Arte, ma il definitivo passaggio al realismo è prossimo e la brillante figura della cameriera Lisetta, ne è la migliore conferma.
La scelta di questo testo è, a parer mio, perfettamente contemporanea. Se è vero infatti, che il rapporto tra i due fidanzati, mediato da zii, sorelle, fratelli e ruffiani è oggi abbondantemente superato e, dunque, rimandato alla società più tradizionale degli anni ’50, è vero altresì che il rispetto della parola data, l’impegno reciproco di due persone che si giurano amore eterno, la fedeltà coniugale, sono valori sempre più deboli e sbiaditi, che rischiano seriamente la completa estrusione dalla società odierna. Oggi che il teatro, il cinema, l’arte contemporanea remano unicamente a favore delle libertà individuali, si è smarrito il senso di ogni altro valore collettivo e tutto il resto sembra vecchio, autoritario e conservatore. Io credo invece che - se non altro per un minimo di anticonformismo - si debba mostrare al pubblico anche l’altro lato della medaglia. Ridere delle incomprensioni e degli equivoci che nascono in un rapporto di coppia, può essere di estremo aiuto a sdrammatizzare e a non psicanalizzare freudianamente ogni piccolo ostacolo, evitando di trasformare un litigio momentaneo nella ineludibile conclusione della storia d’amore. Dice Ridolfo a Fulgenzio «Tutti in questo mondo dobbiamo aver pazienza l’un l’altro. Se poi vi sembra giusto lamentarvi della vostra donna, pensateci bene prima di risolvere, e non fate mai che la ragione vi abbandoni, e che l’affetto vi accechi, vi trasporti, e vi avvilisca a tal segno.» Gli ostacoli sociali sono sempre esistiti e, spesso, come in questa commedia, sono apparsi i veri nemici della felicità amorosa. Ma oggi che quelle barriere sono cadute, che il sesso è commerciabile e non è più un tabù, che due ragazzi possono frequentarsi senza dover rendere conto a nessuno, che il matrimonio è una pura formalità, l’amore… dov’è finito? Dove sono le grandi storie di passioni impossibili che tenevano vivo il fuoco del desiderio? Perché non siamo più capaci di amare e le coppie si isolano in se stesse e tra di loro. Abbiamo perso il senso del “sociale” e credo che Goldoni, con il suo profondo amore per l’uomo, possa restituircelo. È un mondo ricco di contraddizioni, di formalità, di piccole ipocrisie, è vero; ma sicuramente ha in sé una gioia di vivere che abbiamo perso e, credo fortemente, dobbiamo ritrovare.
